7) Rousseau. Il potere politico.

Secondo Rousseau  lo Stato deve distinguersi in un potere
legislativo ed in uno esecutivo. Il primo deve appartenere
esclusivamente al popolo, il secondo deve necessariamente avere
una sua specificit, cio deve esserci un governo.
J.-J. Rousseau, Il contratto sociale, terzo, 1  (pagina 295).

Ogni azione libera ha due cause che concorrono a produrla: una
morale, cio la volont che determina l'atto, l'altra fisica, cio
la potenza che lo esegue. Quando mi dirigo verso un oggetto,
occorre in primo luogo che io voglia andarci, in secondo luogo che
i miei piedi mi ci portino. Un paralitico che voglia correre, o un
uomo agile che non voglia, rimarranno entrambi fermi. Anche nel
corpo politico si ritrovano le medesime cause di mobilit: anche
in esso si distinguono la forza e la volont. Questa viene detta
potere legislativo, quella potere esecutivo. Nulla viene fatto o
deve essere fatto senza il loro concorso.
Abbiamo visto come il potere legislativo appartenga al popolo e
non possa appartenere che ad esso. Per contro  facile vedere _ in
base ai princpi sopra stabiliti _ che il potere esecutivo non pu
appartenere al complesso dei cittadini che formano l'organo
legislativo o sovrano; infatti tale potere consiste soltanto in
atti particolari che non sono di competenza della legge, n
pertanto del sovrano, i cui atti non possono essere che leggi.
Alla forza pubblica occorre quindi un agente proprio, che la
unisca e la metta in opera secondo le direttive della volont
generale, che serva alla comunicazione fra lo Stato e il sovrano e
che svolga in qualche modo nella persona pubblica il compito
svolto nell'uomo dall'unione dell'anima e del corpo. E' questa
nello Stato la ragione d'essere del governo, erroneamente confuso
con il sovrano, di cui non  che il ministro.
Che cos' dunque il governo? Esso  un corpo intermedio stabilito
fra i sudditi e il sovrano per la loro mutua comunicazione,
incaricato dell'esecuzione delle leggi e del mantenimento della
libert, sia civile che politica.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quindicesimo, pagina 905.

G. Zappitello, Antologia filosofica, 2. Quaderno secondo/7.
Capitolo Dodici/2.
8) Rousseau. La critica del principio rappresentativo.

Rousseau non accetta un sistema rappresentativo in cui il potere
effettivo del popolo dura quanto il periodo elettorale, e poi esso
ritorna ad essere schiavo. Nella lettura  espresso anche un duro
giudizio sul sistema politico e sul popolo inglese.
J.-J. Rousseau, Il contratto sociale terzo, 15  (pagine 296-297).

La sovranit non pu essere rappresentata per la medesima ragione
per cui non pu essere alienata; essa consiste essenzialmente
nella volont generale, e la volont non si rappresenta: o  essa
stessa o  diversa, non c' una via di mezzo. I deputati del
popolo non sono dunque, n possono essere, i suoi rappresentanti,
ma soltanto i suoi commissari: non possono concludere nulla in
maniera definitiva. Ogni legge che il popolo in persona non abbia
ratificata  nulla, non  una legge. Il popolo inglese ritiene di
esser libero: si sbaglia di molto; lo  soltanto durante
l'elezione dei membri del parlamento. Appena questi sono eletti,
esso  schiavo, non  nulla. Nei brevi momenti della sua libert,
l'uso che ne fa giustifica davvero che esso la perda.
L'idea dei rappresentanti  moderna; essa ci viene dal governo
feudale, da quell'iniquo e assurdo governo nel quale la specie
umana si  degradata e in cui il nome di uomo era in disonore.
Nelle antiche repubbliche e persino nelle monarchie, il popolo non
ebbe mai rappresentanti: la parola stessa era ignorata_.
Presso i Greci tutto ci che il popolo doveva fare lo faceva
direttamente: sedeva continuamente in pubblica assemblea nella
piazza. Ma quel popolo viveva in un clima mite, non era avido, i
suoi lavori erano fatti dagli schiavi, la grande questione che lo
occupava era la libert. Non avendo pi gli stessi vantaggi, come
conservare gli stessi diritti? I vostri climi pi aspri creano pi
numerosi bisogni, per sei mesi all'anno non  possibile tener
sessione nella pubblica piazza, i vostri linguaggi sordi non
possono venire intesi all'aria aperta, voi vi preoccupate pi del
vostro guadagno che della vostra libert e temete assai meno la
schiavit che la miseria.
E che! la libert non si conserva se non con l'aiuto della
schiavit? Forse  cos, i due estremi si toccano. Tutto ci che
non  naturale ha i suoi inconvenienti e la societ civile pi di
ogni altra cosa. Vi sono talune posizioni sfortunate in cui non si
pu conservare la propria libert se non a spese di quella altrui,
e in cui il cittadino non pu esser perfettamente libero se lo
schiavo non  ridotto alla pi estrema schiavit. Tale era la
posizione di Sparta. Quanto a voi, popoli moderni, non avete
schiavi, ma lo siete voi stessi: pagate con la vostra libert
quella degli schiavi. Avete un bel vantare questa diversit di
situazione: io trovo in essa pi vilt che umanit.
Non intendo dire con questo che occorra avere degli schiavi n che
il diritto di schiavit sia legittimo, ch anzi ho dimostrato il
contrario. Espongo soltanto i motivi per cui i popoli moderni, che
si credono liberi, hanno dei rappresentanti mentre i popoli
antichi non ne avevano. Comunque sia, non appena un popolo si d
dei rappresentanti, esso non  pi libero, non esiste pi.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quindicesimo, pagine 908-909.
